Testo tratto dalle pubblicazioni “Le saline di Molentargius nella storia dell’area cagliaritana“.

Non è possibile datare con precisione l’inizio dell’estrazione del sale in Sardegna. Per lungo tempo si limitava alla semplice raccolta del sale depositato sui bordi dello stagno. Risale al 150 a.c. la prima testimonianza scritta riguardante le Saline di Cagliari: trilingue (punica, greca e romana) trovata a Pauli Gerrei con dedica del liberato Cleone, servo dei salinieri, alla divinità salutare Esculapio Merre, l’antica divinità protosarda che in tempo romano aveva assunto l’aspetto esteriore del dio medico e solare Esculapio. Un’iscrizione del tardo impero romano (IV -V secolo d.c.) attesta l’esistenza di una comunità di lavoratori cristiani, gli immunes salinarium, addetti al servizio nelle saline, che consacra un’area sepolcrale per i salinieri, nei pressi della chiesa di San Saturnino.
Caduto l’impero romano il commercio del sale conobbe una battuta d’arresto durata alcuni secoli. In periodo giudicale i giudici di Cagliari concessero lo sfruttamento delle saline ai monaci Vittorini di Marsiglia. Nei secoli successivi i Pisani, gli Aragonesi, gli Spagnoli (che introdussero il monopolio regio sul sale) e i Piemontesi continuarono lo sfruttamento del sale di Cagliari, che costituiva uno dei principali introiti ricavabili dalla Sardegna per i pubblici erari.
Furono gli Aragonesi, nella prima metà del XIV secolo, ad introdurre il sistema delle “comandate”: l’obbligo agli abitanti dei paesi circostanti le saline di fornire la forza lavoro per l’estrazione ed il trasporto del sale, sotto pena di sanzioni pecuniarie e della prigionia.

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Sino alla metà dell’800 le saline erano del tutto naturali, il sale veniva raccolto nei bacini o stagni costieri dove cristallizzava spontaneamente. Era un lavoro particolarmente duro sia per le condizioni climatiche in cui avveniva (la raccolta iniziava verso la fine di aprile e si protraeva per tutto il mese d’ottobre), sia per la difficoltà dello scavo, del primo ammassamento e del successivo trasporto ai magazzini di raccolta. Negli anni Trenta del Settecento, sotto la dominazione dei Savoia, la richiesta di sale superò l’offerta quando il sale cagliaritano, esportato dalle navi svedesi, fu scoperto dai consumatori del Nord Europa come più adatto del sale spagnolo e portoghese per la salagione della piccola pesca: infatti il sale sardo, più dolce, conservava i piccoli pesci più morbidi e gustosi. Furono estese le comandate ad altri villaggi vicini a Cagliari; ma fu comunque insufficiente a soddisfare la richiesta di sale. Così, nel 1767, vennero inviati in Sardegna i forzati piemontesi per aumentare la forza lavoro e furono costruiti alcuni magazzini per il ricovero notturno dei forzati, in sostituzione dei precedenti baraccamenti.
Negli anni Venti dell’Ottocento, visto il grande introito derivante dal sale, si decise di trasformare le saline cagliaritane, sul modello francese, in vera e propria industria del sale.

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Iniziò nel 1834 un decennio di intensi lavori che riguardarono i bacini evaporati, le caselle salanti e l’apertura del grande canale: il Canale di San Bartolomeo che partiva dalle saline e correva verso il mare, presso il quale si divideva in due rami, chiamati rispettivamente Canale del Lazzaretto e Canale della Palafitta dove venne realizzata la darsena del sale. Così si risolsero i problemi del rifornimento dell’acqua di mare agli stagni e del trasporto del sale ai depositi e da questi ai mercantili attraccati al Molo Sabaudo, con imbarcazioni in legno.
Nel 1836 Carlo Alberto abolì il sistema delle comandate impiegando per i lavori pià duri i forzati della colonia penale di San Bartolomeo e ricorrendo al libero mercato per il resto.
A meta Ottocento il governo Cavour decise di affidare la gestione delle saline in appalto. Nei decenni successivi i lavori di miglioria delle saline continuarono incessantemente. furono aumentate le caselle salanti, costruiti nuovi canali ed introdotti macchinari con cui migliorare la movimentazione delle acque. A tale fine si impiegarono macchine a vapore che sostituirono le viti di Archimede mosse dai buoi. In breve tempo venne a formarsi un’unica salina, estesa su circa 1300 ettari.
Negli anni Trenta del Novecento, con i finanziamenti dello Stato a favore delle grandi opere industriali, furono avviati i lavori di bonifica nelle aree intorno alle saline, vennero ammodernati gli impianti, costruite le nuove architetture del villaggio del sale e gli impianti per le lavorazioni speciali. Oltre al sale comune, infatti, era stata avviata anche la produzione dei sali potassici, del solfato di magnesio, dei sali misti e del bromo. Nello stesso periodo venne costruita la ferrovia decauville, con binari a scartamento ridotto disposti lungo i canali, e vagoncini trainati prima a mano e poi da locomotori per il trasporto del sale dalle caselle salanti al molo della Palafitta.

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Nel periodo bellico ci fu una crisi delle sportazioni che però riprese dopo la fine del conflitto. Negli anni Cinquanta la richiesta dei sottoprodotti del sale diminuì tanto da portare alla sospensione della produzione e all’abbandono di numerosi impianti. Nel 1954, allo scopo di ridurre gli alti costi per il trsporto del sale all’imbarco venne edificato il Padiglione Nervi (una struttuta in cemento armato adibita a magazziono) e il bacino della Palafitta venne ampliato per permettere l’attracco delle grandi navi da carico. Dagli anni Sessanta la Salina perse repentinamente d’importanza soprattutto per la concorrenza di altre saline, sia nazionali che internazionali; a questa crisi si aggiunse l’inquinamento dei bacini che portò alla sospensione delle attività nel 1985. Nel 1988, con l’ingente stanziamento di 120 miliardi di lire deciso dal parlamento, è stato effettuato un risanamento generale dell’area che ha posto le condizioni per riavviare la produzione del sale.
Nel 1999 è stato istituito il Parco Naturale Regionale Molentargius Saline. Tra le finalità del Parco è compreso lo sviluppo delle attività economiche compatibili ed in primo luogo quelle riguardanti la produzione del sale.