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pubblicato da La Nuova Sardegna il 31 gennaio 2009

«L’abuso è non aver fermato la draga»


Poetto, i perché della condanna di Renzo Zirone e dei tre dirigenti

CAGLIARI. L’ex assessore provinciale ai lavori pubblici Renzo Zirone e i dirigenti Salvatore Pistis, Andrea Gardu e Lorenzo Mulas sono colpevoli di abuso d’ufficio per due motivi: hanno dato il via libera al ripascimento malgrado i dati forniti dall’impresa non garantissero sulla perfetta compatibilità della sabbia prelevata dal fondale marino con quella originaria e non hanno sospeso i lavori neppure di fronte alla certezza che il materiale sversato sull’arenile dalla draga Antigoon fosse diverso, al punto tale da provocare il disastro che ormai da anni è sotto gli occhi di tutti i cagliaritani. L’aver insistito su una scelta dannosa e non aver impedito lo scempio ha assicurato all’impresa Ati Mantovani la possibilità di mandare avanti l’intervento in tempi ristretti, quindi di realizzare un ricavo economico notevole che per i giudici del tribunale è stato ingiusto. E se quel vantaggio è ingiusto, Zirone e i dirigenti sono responsabili di abuso d’ufficio.
E’ evidente, a leggere la motivazione della sentenza - sette condanne per la distruzione del Poetto - dove hanno sbagliato l’ex assessore ai lavori pubblici e i tre dirigenti, ciascuno nella sua competenza: tra aprile e la fine del 2001 risulta agli atti del processo una corrispondenza fitta tra l’impresa, la Provincia, i progettisti dell’intervento in cui nessuno conferma l’esistenza sul fondale marino di una sabbia realmente simile a quella della spiaggia storica. Le analisi sono generiche e contradditorie, l’impresa è titubante ma Zirone è ugualmente deciso a sollecitare le autorizzazioni per avviare il ripascimento. A novembre l’assessore vola a Roma per risolvere i problemi, ha paura che sfumi il finanziamento europeo. Alla fine la spunta: i lavori partono, sull’arenile candido del Poetto il tubo collegato alla draga vomita un materiale nero e limaccioso insieme a pietre e detriti d’ogni tipo. Il buonsenso vorrebbe che qualcuno fermasse quella minaccia, le associazioni ambientaliste lo chiedono a gran voce e denunciano il rischio-disastro. Ma si va avanti nonostante - come scrivono i giudici Francesco Sette, Giampaolo Casula e Silvia Badas nelle motivazioni della sentenza - una norma precisa attribuisse il potere di sospensione al direttore dei lavori “qualora circostanze speciali impediscano in via temporanea che i lavori procedano utilmente a regola d’arte”. Avrebbe potuto intervenire anche il responsabile del procedimento, che può “per ragioni di pubblico interesse o necessità, ordinare la sospensione dei lavori nei limiti e con gli effetti previsti dal capitolato generale”. Dunque era una balla la giustificazione poi diffusa dall’allora presidente della Provincia Sandro Balletto («non si poteva sospendere, c’era il rischio di pesanti penali») perchè queste ed altre norme richiamate nella sentenza dal tribunale dimostrano che la via per fermare il disastro c’era: bisognava fermare la draga. Non averlo fatto - osservano i giudici - ha provocato, nel senso che non l’ha evitato, l’evento disastroso e contemporaneamente ha consentito all’impresa di restringere al massimo i tempi dello sversamento, realizzando un notevole risparmio sull’affitto della draga olandese. Ecco quindi un altro «ingiusto vantaggio patrimoniale» che rafforza l’accusa di abuso d’ufficio: pur di non bloccare un meccanismo avviato in modo temerario, i vertici politici e dirigenziali della Provincia hanno fatto finta di nulla davanti alla poltiglia nera che s’accumulava sulla spiaggia. Di più: con la gentile collaborazione di ricercatori accuratamente scelti nell’area politica di riferimento si sono affannati a chiarire che nel giro di pochi mesi la sabbia scura sarebbe diventata bianca come l’originaria. Una certezza messa poi nero su bianco grazie all’opera non disinteressata di un giornalista, curatore dell’ormai celebre depliant dove quello stesso materiale nerastro appare già bianco. Un’opera di disinformazione incredibile, realizzata con spregiudicatezza e a spese pubbliche.
di (m.l)