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pubblicato da La Nuova Sardegna il 30 ottobre 2005

«Anche l’isola è a rischio Niente caccia agli acquatici»


CAGLIARI. Alcuni sfrecciano velocissimi a pelo d’acqua, per cabrare di colpo, recalcitranti a stare nel campo visivo del binocolo come l’alzavola, una piccola anatra che proviene dal nord est europeo. Per il momento dovrebbe stare tranquilla: l’H5N1, il virus dell’influenza aviaria, non ha ancora dato segnali di volerla colonizzare. Stesso discorso per quell’altro volatile, uno che dà soddisfazione a chi lo insegue con lo sguardo, l’airone cenerino che dalla sua apertura alare di 160 centimetri sembra in visita turistica sopra lo stagno di Molentargius, nel territorio di Cagliari. Anche quest’uccello, però, deve recuperare le forze dopo la trasvolata continentale che, probabilmente dalla Germania, l’ha portato sino al sud della Sardegna. «Arrivano in autunno per svernare e ripartono a primavera», informa l’ornitologo Helman Shenk, un tedesco teutonicamente pignolo che dei mediterranei ha acquisito l’affabilità. Circa quarant’anni fa, durante un viaggio nell’isola, Schenk venne come intrappolato dalle bellezze ambientali che ne hanno fatto uno studioso autorevole e internazionalmente conosciuto. L’acqua di palude ha un odore come di muffa fresca. In mezzo a una lingua di terra che divide lo specchio d’acqua più grande di Molentargius, il Bellarosa Maggiore, dal sistema filtro (una specie di canneto che aiuta la depurazione delle acque) e che immette nel Bellarosa Minore, l’effetto è stranissimo. A poche centinaia di metri dalla città sembra di essere nella Camargue, in Francia. Molentargius è un’area umida che in Europa molti ci invidiano. In lontanza una danza di uccelli disegna nel cielo strani scarabocchi. Il binocolo rivela che alcune cornacchie stanno inseguendo un falco di palude: «Probabilmente ha invaso il loro territorio, ma a volte il falco non apprezza e qualche volatile imprudente ci rimette le penne», informa Shenk. Alcune piume e altri resti sparsi nella stradina richiamano l’attenzione su un qualcosa che un tempo era una gallinella d’acqua. E un frusciare di stagno mostra un’orgia d’avifauna per appassionati: un gruppo di mastelloni e muraglioni (entrambi anatre), molti tuffetti, alcune folaghe, della alzavole, gallinelle d’acqua e fenicotteri rosa. Tutti stazionano in uno specchio d’acqua di Bellarosa Minore relativamente ristretto. «Chi afferma che in un ambiente aperto, come uno stagno, è impossibile che il virus H5N1 possa diffondersi non tiene conto del fatto che tra gli uccelli vi sono anche i predatori, oppure che nelle zone più fredde e, soprattutto, d’inverno l’avifauna si concentra in spazi ristretti per impedire all’acqua di congelarsi», precisa l’ornitologo. La Sardegna con le zone umide di Molentargius e Santa Gilla (in territorio di Cagliari e hinterland) dove vi sono circa 280 specie di volatili; ma anche con quelle vicine a Oristano: di Cabras, Mistra, Sale Porcus, S’Ena Arrubia, Marceddì, San Giovanni ecc.; e le aree del basso Sulcis: di Santa Caterina, della laguna di Sant’Antioco, Porto Botte, Maestrale e Porto Pinu...; con tutte queste territori umidi l’isola è apprezzata per l’altissima concentrazione di avifauna. A Roma, però, sostengono che la Sardegna non è interessata al flusso migratorio est-ovest (considerato pericoloso per l’aviaria) ma da quello nord sud e viceversa. E di conseguenza non sono state date indicazioni di particolari misure precauzionali. Helman Schenk abbassa il binocolo e ti senti i suoi occhi celesti addosso, quasi un rimprovero freddo. «I recenti studi sulle rotte degli uccelli inanellati (come a esempio i fenicotteri rosa) ma non solo - sottolinea - hanno permesso di rilevare che non sempre le rotte sono quelle che ci si aspetta. Inoltre il gabbiano roseo, ma anche la volpoca, più altri limicoli, che vivono nelle zone umide melmose, provengono da est». A quel punto il tam tam delle informazioni memorizzate invade l’aria dello stagno: in Croazia alcuni cigni hanno dato riscontro positivo all’H5N1, segni in altri volatili sono stati rilevati - oltre che nel sud est - in Turchia, Romania, Grecia, Russia e Inghilterra. Il virus viaggia, quasi conoscesse l’ipotesi dei sei gradi di separazione: una teoria matematica (elaborata da Steven Strogatz e Duncan Watts) che mostra come spesso bastino sei passaggi per raggiungere qualsiasi persona al mondo. Ma l’H5N1, oltre a essere poco ferrato in matematica, è osteggiato dai sistemi di controllo che si stanno sviluppando in tutto il mondo. In più, per il momento almeno, si trasmette dall’uccello all’uomo solo tramite una forte manipolazione. E quello che gli esperti chiamano «il salto di specie», quel virus non l’ha ancora fatto: la sua capacità di contagio tra esseri umani non è simile al virus della normale influenza. Ma il pericolo è in agguato: la sequenza dei virus infatti cambia di continuo, tanto che il transito in qualche animale potrebbe aiutare l’H5N1 a fare «il salto» diventando così altamente trasmissibile tra e da esseri umani. La maggior parte dell’avifauna che solca il cielo di Molentargius e della altre zone umide sarde proviene dal nord est europeo, mentre quelli interessati alle zone del Sud est asiatico (dove vi sono stati più casi di influenza aviaria) arrivano in parte dal nord ovest asiatico. Schenk si ferma in mezzo al canneto di Molentargius, ridiventa teutonico e ti fissa: «Nessuno vuole fare allarmismo - spiega - ma solo precisare che il mondo dell’avifauna è complesso: la divisione tra area del nord est europeo e del nord ovest asiatico è ovvia e scontata, ma va anche detto che si tratta di un’area in cui possono avvenire delle contaminazioni tra le varie specie. Gli uccelli non adottano, tra loro, le precauzioni che usiamo noi nei rapporti interpersonali. Per questo credo che non sia giusto considerare la Saregna fuori dai circuiti migratori a rischio. In termini di migrazioni il pericolo potenziale esiste anche da noi. E questo non significa che l’influenza aviaria arriverà per forza in Sardegna, ma solo precisare che sarebbe meglio, vietare la caccia alle specie acquatiche e raccomandare specifiche precauzioni a tutti coloro che hanno a che fare con gli uccelli selvatici: dai componenti del corpo forestale a quelli dei centri di recupero della fauna selvatica di Monastir e di Bonassai. Guanti e contenitori appostiti per tutti in cui inserire i volatili trovati morti, prima di consegnarli all’Istituto zooprofilattico o ai servizi veterinari delle Asl».
di Roberto Paracchini