pubblicato da L'Unione Sarda il 24 gennaio 2004
Il passo lento di Molentargius
Nel paradiso dei fenicotteri rosa
Mangoni nella parlata cagliaritana si dice di chi ha le gambe troppo lunghe. Proprio come il fenicottero (phenicopterus ruber) che, non solo ha un becco lungo, ma anche gambe tanto allungate, da navigare come nessun altro dei numerosi uccelli che frequentano lo stagno di Molentargius, dividendosi fra le sue acque, ora salate ora dolci. Nelle acque delle Saline, con i fenicotteri, i cormorani, i chiurli, le avocette, nelle acque dolci della palude di Bellarosa minore, il falco minore, il polo sultano, la gallinella d’acqua, il cavaliere d’Italia, il fischione. Ma ci sono anche uccelli per i quali le acque dolci e le acque salate non fanno differenza e che passano dalle une alle altre, come i mestoloni, i codoni, i germani reali, le alzavole, i moriglioni, e anche uccelli più piccoli di quelli spesso imponenti, che si sono elencati, come il fratino, il gambecchio, la ballerina bianca. Un paradiso per l’avifauna, con uno specchio di ben 500 ettari di superficie, fra Cagliari e Quartu Sant’Elena, che ha almeno centomila anni di vita. Anche se poi le notizie storiche partono dai Fenici, per arrivare agli Spagnoli, ai Piemontesi, fino a noi, nell’Ottocento e nel Novecento. Ed è proprio la vicenda dei condannati ai lavori forzati, vicine nel tempo, che ha dato il nome a quell’area nella sua interezza. Molentargius o Molentraxiu deriva da su molenti o l’asinello, su cui gli addetti ai lavori caricavano i sacchi di sale e che trascinava lentamente, faticosamente da terra, le barche nei canali. Ma non è solo su molenti ad entrare nella toponomastica della laguna, ma anche i nomi dei villaggi che vi si affacciano. Come ricorda Giovanni Spano nella sua guida: «Al tempo deri Romani il sale si fabbricava in questo stagno e prova ne sia il nome di Selargius, che è una costruzione di Salariu o Salaria». Lo storico, che usava anche incantarsi davanti ai fenicotteri «che vi stanno dall’autunno alla primavera, da sembrare in lontananza un gregge di pecore». Ma Molentargius è stato nella mente anche di altri illustri cittadini. Edmondo Sanjust di Teulada che, con Filippo Vivanet e Dionigi Scano, tenne la sua relazione al Congresso degli ingegneri e degli architetti italiani, svoltosi a Cagliari nel 1902, si soffermò a lungo sull’importanza che le Saline di Molentargius avrebbero avuto per la città, che in quella stagione passava da 30 mila a 50 mila abitanti, concludendo con questo appello rivolto ai suoi concittadini: «Io vorrei una generazione di uomini operosi, costanti, disposti ad ogni morale e civile progresso, uniti nel bene, alieni dalle sterili lotte personali, fidenti nella propria operosità e fieri in quanto ha di più nobile la fierezza; ossia nel desiderio vivissimo di non chiedere, di non ottenere nulla da nessuno e di dover tutto a loro stessi». Un elemento civile della questione naturalistica del Molentargius che si ritrova nell’intervento del professor Felice Di Gregorio, docente di geologia ambientale nell’Università di Cagliari, nell’opera curata da Annalisa Deiana e Roberto Paracchini e intitolata Poetto e Molentargius Il passo possibile Demos Editore Cagliari, 1999. «Ma al di là delle ipotesi e della configurazione della struttura organizzativa e gestionale, è bene che, qualunque scelta verrà fatta, sia mantenuta su un profilo alto, come lo sono i valori di importanza regionale, nazionale e internazionale insiti in questo territorio». E, invece, tra baruffe e incomprensioni, la realizzazione del Parco è sempre lontana. Sono passati due secoli dalle prime utilizzazioni moderne di quella ricchezza naturale e il passo si è fatto, intanto, lento, attardato, faticoso. Come quello de is molentis, che hanno dato il nome allo stagno, impiegati per trasportare i suoi doni.
di Antonio Romagnino