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pubblicato da L'Unione Sarda il 23 gennaio 2005

Intervista ad Antonello Zoppi


«Ai miei tempi il Poetto apparteneva totalmente al Comune: nessuno poteva permettersi di fare qualsiasi cosa senza chiedere permesso all'amministrazione civica. Tanto meno la Provincia. Sarebbe stato impensabile». Antonello Zoppi, 75 anni, per trentacinque ingegnere nel Palazzo di via Roma dove per lungo tempo fu il numero uno. Ingegnere capo, una potenza. Diritto di veto su qualsiasi pietra si dovesse muovere nel territorio cittadino. Dal suo ufficio ha visto passare, a memoria, una decina di sindaci, forse più. «Nessuno avrebbe permesso alla Provincia di fare quello che ha fatto», dice. Cosa pensa del caso Poetto che da tre anni infuoca il dibattito politico? «L'Unione Sarda di recente ha ripreso l'argomento affidanto al geologo milanese professor Floriano Villa un'indagine conoscitiva indipendente sul ripascimento. Un'iniziativa utile perché ha risvegliato un dibattito che si stava trascinando stancamente tra politici, amministratori ed esperti sulle responsabilità del disastro». Secondo lei qual è stato l'aspetto più rilevante dell'indagine del professore? «Villa ha messo in chiaro l'assenza di uno studio preventivo sulle cause dell'erosione, per cui l'intervento effettuato sui sintomi del dissesto senza tener conto delle cause che lo hanno determinato potrebbe risultare effimero. E in definitiva, inutile oltreché dannoso». Cosa intende dire? «Significa che solo dopo aver affrontato questo aspetto pregiudiziale del problema ha senso entrare nel merito dei lavori eseguiti e quindi degli inconvenienti causati da un'operazione male impostata e ancor peggio condotta». Inconvenienti? Diciamo pure danni. «Li conosciamo bene: è cambiato il colore del mare e la granulometria della sabbia impiegata, presenza di ciottoli, intorbidamento dell'acqua, errato raccordo fra l'arenile e il fondale marino». Lo stesso Villa suggerisce di analizzare le possibili relazioni fra il degrado e le trasformazioni intervenute in mare e a terra. Da dove partiamo? «Nell'immediato dopoguerra e negli anni Cinquanta, mentre si avvia il completamento nell'entroterra vengono riattivati gli stabilimenti balneari e ricollocati i casotti che, per qualità e per numero, non ricordano però la precedente e felice ambientazione degli anni Trenta. In quel periodo avviene, per concessione demaniale, un massiccio prelievo di sabbia, soprattutto nel territorio del Comune di Quartu. Intorno agli Sessanta si conclude sostanzialmente l'urbanizzazione della zona con gli interventi sull'arenile, la ristrutturrazione dei vecchi stabilimenti balneari e la realizzazione dei nuovi, tutti ancora oggi funzionanti». Com'era il Poetto all'epoca? «Sino a quel momento la spiaggia si presenta in condizioni ottimali e la battigia conserva il suo andamento originario, salvo un limitato arretramento in corrispondenza della nuova rotonda del Lido e dell'idrovora delle Saline. Opere, sottolineo, realizzate a diretto contatto col mare. Si mantiene in equilibrio anche quel tratto di arenile di Quartu che ha patito l'asportazione massiccia della sabbia. Ma proprio in quegli anni nello specchio d'acqua antistante si verificano due fatti nuovi. Quali sono? «Il primo fu il prelievo sistematico di sabbia dal fondo marino, a meno di un miglio dalla battigia, che si potrarrà per almeno vent'anni. Il secondo riguarda la costruzione del porto turistico di Marina Piccola che viene attivato nel 1963. Proprio allora diventa sensibile il fenomeno dell'erosione della spiaggia che aumenta gradualmente a partire dagli anni Settanta». Come si sviluppa questo fenomeno? «L'erosione non risulta uniforme lungo il litorale, ma è più accentuata nel tratto fra Marina Piccola e l'Ospedale Marino, mentre si attenua verso il confine del Comune». Si discute molto sull'eliminazione dei casotti, vista come una causa del depauperamento della spiaggia. «Non è esatto. Il provvedimento ministeriale per l'allontanamento dei casotti dalla spiaggia arriva alla fine degli anni Ottanta. A questo punto è ragionevole ipotizzare un rapporto causale fra l'erosione e gli interventi eseguiti in mare, mentre può escludersi una relazione diretta con le trasformazioni ambientali in terraferma. In particolare, dunque, la considerazione vale per quanto riguarda l'allontanamento dei casotti, realizzato vent'anni dopo il manifestarsi del fenomeno erosivo, il quale peraltro risulta più rilevante a ridosso degli stabilimenti proprio in presenza di una barriera muraria continua verso la strada». Sulla sua esperienza che cosa suggerirebbe di fare? «In questa situazione sembra essenziale disporre di un preciso orientamento progettuale di esperti di correnti marine e di opere marittime. Anche attraverso i modelli e le simulazioni opportuni, dovrebbero individuare la natura e le modalità di interventi possibili ed efficaci per ristabilire le condizioni di equilibrio del litorale nelle mutate condizioni dell'ambiente marino. A quel punto si potrà ancora discutere del ripascimento che, allo stato attuale, non sembra fra gli aspetti più difficili dal punto di vista tecnico». Lei è un tecnico, non un politico. Se la sente di dare un giudizio su come si sono comportate tutte le amministrazioni che hanno giocato la partita sul Poetto? «Ciascuna ha la sua fetta di responsabilità. La Provincia, coinvolta artificiosamente senza una adeguata preparazione sull'argomento. La Regione che attraverso un percorso marcatamente burocratico ha proceduto all'affidamento dei compiti operativi dell'intervento. Infine del Comune che ha assistito, un poco distratto, allo svolgimento di fatti riguardanti uno degli aspetti più importanti dello sviluppo della città e fra i più delicati per la sensibilità dei cagliaritani».

di Carlo Figari