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pubblicato da La Nuova Sardegna il 22 agosto 2006

La lenta agonia del Padiglione Nervi


Viaggio all’interno dell’affascinante ex magazzino del sale, al centro di mille progetti ma ancora oggi in stato di abbandono
La Palafitta sarà salvata e forse diventerà un acquario, l’acquario del Mediterraneo. Si specchierà in un canale - San Bartolomeo - che forse domani sarà percorso da grandi barconi che, come i vaporetti veneziani, accompagneranno frotte di passeggeri da Pirri a via Roma. Non sarà più isolato tra capannoni abbandonati, circondato da tramogge arrugginite e nastri trasportatori ricoperti da cespugli. Sarà, con il vicino Museo dell’arte nuragica e dell’arte contemporanea, l’attrazione di una città più ambiziosa. Per ora il Capannone Nervi, simbolo dell’epopea del sale, dei tempi in cui l’oro bianco di Molentargius veniva esportato in tutto il mondo e lì veniva depositato prima di essere trasportato sulle navi, è un cadente esempio di archeologia industriale. Progettato assieme al gemello di Santa Gilla da Pierluigi Nervi, il grande architetto romano che realizzò anche la sala delle udienze vaticane, edificato nel ’54 e abbandonato meno di trent’anni dopo, oggi appare come il lugubre ventre della carcassa di una balena.
COME SI ARRIVA. Ci si arriva percorrendo Calata dei Trinitari poi Calata Fiera sino al molo di Sant’Elmo. Giunti davanti al capannone della Marina di Sant’Elmo, dove da mesi un gruppo di architetti di dieci grandi studi internazionali lavora per progettare il museo Betile, si gira a sinistra in una stradina sterrata che costeggia un deposito della Guardia di Finanza. Poche decine di metri dopo si svolta a destra a fianco a un edificio dismesso della Marina Militare. Un breve tratto si strada accidentata e ci si trova davanti a un cancello chiuso.
DENTRO IL RECINTO. Oltre, ci sono due case attualmente occupate da due ex dipendenti dei Monopoli di Stato che ci hanno sempre vissuto e che sono rimasti, regolarmente autorizzati, anche quando il patrimonio è stato ceduto all’Eti, l’Ente tabacchi Italiano. Percorso un vialetto centrale e superata una piccola cunetta, si scorge, parzialmente nascosto da pini e cespugli, il profilo dell’edificio chiamato, appunto, Palafitta. Il cemento delle mura esterne è consumato, mangiato dal tempo, di fronte e sul retro le vecchie tramogge, i grandi imbuti sui quali veniva rovesciato il sale trasportato dalle bettoline che arrivavano da Molentargius sui binari, sui lati i nastri trasportatori che portavano la polvere bianca dalla pancia del magazzino alle navi ormeggiate a fianco, sulla foce del Mammaranca.
IL VENTRE DELLA BALENA. All’interno si accede da un portone laterale che si apre su un’anticamera. Da lì, spalancata un’altra porta, si entra in un mondo fiabesco. Un’enorme gabbia toracica di 6000 metri quadrati lunga 90 metri e larga 60 senza un tramezzo centrale che un tempo poteva raccogliere sino a 140 mila tonnellate di sale. Il genio di Pier Luigi Nervi, maestro della statica, progettista di stadi (Il Flaminio di Roma e il Franco di Firenze), di strade, navi, ponti (nel ’69 progettò quello di Messina), ha concepito una struttura imponente, bellissima. Le travi portanti sono come costole, unite da mattoni rossi.
PERICOLO DI CROLLI. L’edificio è pericolante. Nel corso degli anni ci sono stati molti crolli. Così imponenti da suscitare dubbi sulla possibilità di recuperarlo. L’ultimo, due settimane fa, ha lasciato cumuli di mattoni sul pavimento e una ferita sul tetto sulla quale si insinua, producendo sibili sinistri, il maestrale che sul fronte del mare soffia più forte. Più passa il tempo, dicono i tecnici dell’Autorità portuale, più il pericolo che i crolli si moltiplichino si fa concreto.
IL FINANZIAMENTO. Il dipartimento per la navigazione e il trasporto marittimo e aereo del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti ha stanziato 1,6 milioni di euro per il consolidamento e recupero funzionale. Attualmente è in corso la progettazione esecutiva, curata dall’ingegnere genovese Antonio Maffey, e sta per essere stipulata la convenzione con il ministro dell’Ambiente. Poi, tempo tre-quattro mesi, inizierà l’intervento che salverà questo gioiello dell’architettura razionalista, questa gemma incastonata nel Lungomare che verrà e che, finanziamento dopo finanziamento, inizia a prendere forma, cercato e ottenuto da Comune e Autorità portuale, impreziosito dall’intervento della Regione, inserito nel protocollo d’intesa siglato il nove agosto scorso tra Via Roma e Viale Trento. In quel documento la Regione si impegna a trovare i soldi per «realizzare un collegamento del settore pedonale Su Siccu e dell’area interessata dall’ex padiglione delle Saline con il quartiere di Sant’Elia mediante la realizzazione di un ponte sul canale di Terramaini».
CEDUTO ALLA REGIONE. Oggi il magazzino del sale è nelle mani della Regione, cui l’Autorità portuale l’ha dato in uso di recente. Nessuno sa che cosa ne faranno, ma è certo che sarà al centro della passeggiata da Giorgino alla Sella del diavolo e sarà complementare a Betile. Nel ’99 la cooperativa Golfo degli angeli presentò alla Provincia un progetto per trasformarlo in un acquario del Mediterraneo. Non se ne fece nulla. Ma ancora oggi quella rimane quella l’ipotesi più probabile.
di FABIO MANCA