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pubblicato da La Nuova sardegna il 16 aprile 2004

Lo spettro di Munsell nelle notti di Zirone


Un fantasma con un bloc notes al Poetto, parlava inglese e chiedeva a tutti cosa era successo. Aveva una bella redingote blu, passeggiava sulla sabbia e si controllava di continuo le suole come uno che mette i piedi su qualcosa di spiacevole.
Albert Henry Munsell (nato nel 1858 e defunto nel 1918) ci ha raccontato, con la voce fioca da trapassato, che lui era un pittore americano e che la nostra amministrazione provinciale aveva turbato la sua pace e che i suoi esperti geologi si sarebbero dovuti occupare di lui con più rispetto. Ma ha aggiunto che ormai era troppo tardi e che, comunque gli sarebbe apparso nei sogni, a questi signori.
Mai A.H. Munsell avrebbe immaginato di avere a che fare un giorno con la Sardegna e con una sua spiaggia che - siccome era un paesaggista - gli sarebbe di sicuro piaciuta prima che assumesse il colore infernale di oggi.
Munsell possedeva una vocazione artistica insieme a un grande talento scientifico ed è riuscito in un'impresa straordinaria, anche poetica, da scienziato e da artista: ha definitivamente classificato i colori e le sfumature infinite tra un colore e l'altro. Un'impresa tanto enorme che influenza la nostra vita più di quanto noi immaginiamo.
Dal 1954, col suo sistema, è stato possibile classificare perfino i colori della terra che sino ad allora tutti - geologi compresi - indicavano vagamente attraverso aggettivi e, perciò, con metri discutibili. E oggi, per l'intuizione del pittore-scienziato, tutto è un po' più certo per gli occhi e si può definire obiettivamente ogni sfumatura di colore.
Però Munsell, per i geologi della nostra Provincia, è vissuto inutilmente. E' vissuto inutilmente per tutti quelli che, pur avendo grazie a lui un preciso parametro di riferimento per il colore della sabbia da spargere al Poetto, se ne sono allegramente disinteressati. Tabelle di Munsell? Ma cosa ce ne importa? Povero Munsell e poveri noi.
Così, oggi, gli occhi, fatti anche per percepire i colori, percepiscono ma non arrivano a comprendere di che colore è il Poetto, proprio non ci riescono.
Non lo comprendono perché, forse, il colore del Poetto di oggi non è un colore previsto in natura, e non era, sino a oggi, presente nel creato. Magari questo colore sfuggente davvero non esiste e la retina, semplicemente, si inganna.
Peccato, davvero peccato, visto che nel capitolato del ripascimento infelice - lo stesso capitolato che definiva anche le dimensioni dei granellini - era indicato con estrema precisione il colore che la nuova sabbia avrebbe dovuto avere, ed era stato ricavato proprio dalla trascurata tavola colorimetrica del signor Munsell il quale, per questa mancanza di rispetto, passeggiava triste sulle nuove rive oscure.
Quel colore, quello previsto dal capitolato, era un colore chiaro, un grigio tenue, dolce. Ed era stato ricavato da uno studio comparativo con la vecchia e compianta sabbia. E a Munsell quel colore sarebbe piaciuto.
Bene, cosa è successo? Perché questo grigio catramoso, questo colore indeterminabile? Proviamo adesso a prendere un pugno di sabbia del Poetto e diciamo di che colore è. Difficile, proprio difficile, indicibile, fuori scala.
Ora, è evidente che nessuno di noi se ne va a spasso con la tavola di Munsell in tasca, ma, in realtà, oggi, chiunque faccia due passi in spiaggia si domanda il perché di questo colore contronatura? Cosa è accaduto?
E allora, per una risposta onesta a questa domanda, ecco di nuovo il bistrattato Albert Henry Munsell, grazie al quale i geologi di tutto il mondo si sono messi d'accordo sulla infinita varietà di colori del suolo. Sì, in tutto il mondo i geologi si sono messi d'accordo ma non qua, non da noi, non per la terra sparsa infelicemente sopra la spiaggia del Poetto dove, a quanto pare, un colore valeva un altro. Perché perdere tempo, tempo prezioso, a discutere su un colore?
Credo che il fantasma di Munsell - che vaga per il mondo annotando i colori nel suo immenso catalogo - sia arrivato nel nostro golfo, gli sia caduto il quaderno di mano e sia diventato di colpo un fantasma stanco perché non è riuscito, neppure lui, perfino lui, a comprendere di quali gradazioni - fuori da ogni classificazione terrestre - sono la nostra sabbia e la nostra acqua contaminata.
Ora, accertati il colore infernale della sabbia e i suoi granellini grandi come pallini da caccia, accertata l'opacità perenne delle acque, accertato lo stravolgimento del paesaggio, ci aspetta - temiamo - la seconda fase, la fase due del dinamico progetto: il sistema dunale. In altre parole dovremo vedere di nuovo le dune in spiaggia. Sulle dune, si sa, vediamo miraggi e i miraggi, si sa anche questo, ingannano. E ho paura.
Francamente ho paura, e come me, in tanti abbiamo paura, sentiamo un brivido, un malessere, il presentimento di una nuova disgrazia.
Ma perché, perché questa smania di fare? Lasciamo le cose come stanno, non facciamo. Non siamo, da queste parti, nati per "fare". Perché tutta questa energia? Il golfo deve mantenere almeno quello che di intatto è stato risparmiato da questa mania di fare e fare. Ci ricorderanno con gratitudine se oggi non "facciamo". Diranno che siamo stati saggi e nobili proprio perché non abbiamo "fatto". Non fare, alle volte, può essere un lavoro, anche un sacrificio. Tratteniamoci dal "fare".
Molte cose conosciamo sulle dune, sappiamo come si formano e come le mantiene il vento. Che sulle dune ci si rotola, sono nati amori e si sono consumati. Ma erano altre dune, miracolose, bianche, e non nere e arroventate. Lo sappiamo che secondo alcuni principi fisici le dune si possono creare dove mancano, lo sappiamo. Ma qua, da noi, le cose stanno in un altro modo. Qua i principi fisici, i calcoli matematici, i numeri, perfino i colori, non sono come da altre parti. Qua è tutto diverso, e tutto finisce male.