pubblicato da La Nuova Sardegna il 3 giugno 2006
«Impossibile militarizzare Molentargius»
QUARTU. Molentargius, il giorno dopo. Il canneto a ridosso del Bellarosa minore non esiste quasi più: le fiamme alte venti metri divampate giovedì pomeriggio hanno distrutto tutto, lasciando alle loro spalle solo un'immensa distesa di cenere. In tarda serata si fanno i conti del disastro: gli ettari andati in fumo sono una decina, ma per non ci sono feriti. E i danni ambientali? Helmar Schenk, ornitologo di fiducia del consorzio Ramsar, è ottimista: "Il fuoco non ha raggiunto le zone dove di solito nidificano i fenicotteri e gli altri uccelli presenti nell'area umida, almeno da questo punto di vista possiamo stare tranquilli. Certo, sono andati in fumo ettari ed ettari di canne, ma nel giro di qualche mese tutto tornerà come prima".
Tutti contenti? Neanche per idea. Perché il canovaccio è quello classico: dopo il disastro parte la caccia al colpevole e fioccano le accuse incrociate. Di chi è la colpa? Disastro evitabil? Che fine ha fatto la vigilanza? Possibile che per l'arrivo di un Canadair occorra attendere un'ora e mezzo? Purtroppo sì, soprattutto se decolla da Roma Ciampino. Di certo è stato il peggior modo di inaugurare la campagna antincendi 2006, che ha preso il via proprio giovedì: "Soltanto nel 2005 ci furono almeno cinque incendi di rilievo - accusa Stefano Deliperi, del Gruppo di intervento giuridico - che cosa si aspetta? La distruzione definitiva del Molentargius? Il problema è sempre lì: c'è un parco naturale istituito dal 1999, c'è un comitato di gestione, c'è un direttore generale del parco, ci sono lavori di risanamento ambientale per decine e decine di milioni di euro, ci sono infiniti casi di abusivismo edilizio, ancor più infiniti scarichi incontrollati di rifiuti e tuttora non c'è alcuna sorveglianza".
Già, la sorveglianza. Che fine ha fatto? "C'è un equivoco di fondo: molti pensano che il parco debba essere una zona ultrasorvegliata - dice il presidente del consorzio di gestione del Molentargius, Gigi Ruggeri - non è così: se uno vuole entra e fa le peggiori cose. Il parco non può avere un'organizzazione militare". Ruggeri rimanda le accuse al mittente e contrattacca: "Nelle ultime ore ho visto tante reazioni scomposte, capisco la rabbia, ma quella sulla sorveglianza è una polemica da bar". Impossibile anche arginare i danni o intervenire più tempestivamente? "In viale Marconi passano centomila auto al giorno - avverte Ruggeri - di fronte al Carrefour basta un mozzicone di sigaretta gettato da una vettura in corsa e succede quello che è successo giovedì. Secondo le tesi di qualcuno ci vorrebbe una sorta di grande fratello che ci controlli uno ad uno, oppure dovremmo mettere un carabiniere ogni venti fenicotteri".
Alcuni titolari delle attività lungo viale Marconi hanno rischiato di vedere l'azienda andare in fumo. Si sono salvati solo perché, pochi giorni prima, hanno ripulito il bordo strada e le aree attorno. E accusano: "Sono operazioni che spettano al Comune e invece non si è fatto vivo nessuno". Le responsabilità sono da ricercare anche in via Porcu? "Purtroppo sì - ammette laconico Ruggeri, stavolta in veste di sindaco - ma c'è un problema di fondo, dobbiamo far fronte ad esigenze sterminate e le risorse sono modestissime. Per questo facciamo quel che si può ed è poco. Però il male maggiore non viene dal Comune che non pulisce le cunette, ma dalla cultura che manca". Cosa intende? "La piromania è un male endemico della nostra regione, c'è gente culturalmente povera e psicologicamente deviata. Dobbiamo lavorare per cambiare e smettere di giocare al massacro".
di Pablo Sole