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pubblicato da La Nuova Sardegna il 2 febbraio 2009

Gli stagni sardi rischiano di sparire


Giornata mondiale delle zone umide a 33 anni dalla convenzione

ROMA. Depuratori naturali, regolatori di fenomeni come le piene e habitat straordinari di tante specie, animali e vegetali. Sono stagni, laghi, paludi, ma anche cave dismesse, tutte "zone umide", di cui si celebra oggi la giornata mondiale in occasione della firma della Convenzione Internazionale sulle Zone Umide, il 2 febbraio 1971, in Iran.
E sono 1.828 i siti riconosciuti al mondo per un totale di 169 milioni di ettari. Ma ora questo patrimonio è sotto minaccia. Il 60 per cento, nel mondo, è andato distrutto nell'ultimo secolo, rileva il Wwf, e in Italia, dove le zone umide sono 50, quelle più a rischio sono in Sardegna e in Sicilia. La più grande zona umida è quella delle Valli residue del comprensorio di Comacchio in Emilia Romagna, con 13.500 ettari, seguita dalle Saline di Margherita di Savoia in Puglia (3.871 ettari) e dallo stagno di Cabras, appunto in Sardegna, (3.575 ettari). Da considerare anche quelle però che vengono definite "minori" perchè piccole per estensione e anche in questo caso, come Pilo e Casaraccio, (90 e 120 ettari) nel nord dell'isola, sono le più minacciate. Ecco la fotografia dello stato di salute delle aree umide:
Ruolo. Svolgono un'azione da "regolatori" naturali di fenomeni come le piene dei fiumi, sono una sorta di "depuratore" e costituiscono uno degli habitat più importanti per la biodiversità. Salvano il clima immagazzinando metano e carbonio, molto più delle foreste e per l'Italia rappresentano un corridoio migratorio e "vere e proprie nursery", spiega Claudio Celada, direttore conservazione della Lega italiana protezione uccelli (Lipu). Anche aree molto piccole possono ospitare durante l'anno specie rare o minacciate come in Sicilia raggiunta da pochi esemplari di anatra marmorizzata, oppure con la moretta tabaccata, presente in contingenti limitati.
Perdita habitat. Secondo un rapporto Wwf nell'ultimo secolo circa il 60 per cento del patrimonio mondiale è andato distrutto e ben il 90 per cento nella sola Europa. In Italia dei circa 3 milioni di ettari originari, all'inizio del 20º secolo ne restavano 1,3 milioni fino a precipitare ai 300.000 ettari nel 1991. Oggi ne sopravvivono appena lo 0,2 per cento, tra aree interne e marittime.
Minacce alle lagune. Dopo le grandi bonifiche del secolo scorso e poi la lenta erosione, le zone umide si sono drasticamente ridotte e "ormai si tratta di habitat localizzati, dove si concentrano molti animali tutti insieme - sottolinea Claudio Celada della Lipu - quindi ciascuna area è molto importante". Quelle che ancora rimangono sono minacciate da scarichi industriali e fognari, urbanizzazione e caccia, per via dell'inquinamento da piombo. Un nuovo problema è la siccità. Nel sud Italia l'insieme delle zone umide è a rischio inaridimento.
Zone umide minori. A lanciare un Sos per queste aree, dette minori solo per essere piccole, è un recente studio commissionato dal ministero dell'Ambiente alla Link Campus University of Malta, dove dall'analisi di 305 zone umide minori naturali e artificiali censite in cinque regioni campione, rappresentative a livello nazionale (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lazio, Sardegna e Sicilia) emerge una situazione di minaccia. Sardegna e Sicilia le più a rischio.
In Sardegna lo studio ha analizzato 56 zone umide minori: ne è risultato un indice di vulnerabilità di 3,3 (su un massimo di 5) considerato un valore elevato essendoci poca colonizzazione dall'uomo.
Cause di sofferenza sono la pressione edilizia, in particolare le seconde case, le bonifiche agricole all'interno, le nuove strade, lo scarico di acque. Per la Sicilia lo studio ha analizzato 51 zone umide minori, punto di snodo di una delle tre principali rotte migratorie dell'avifauna dimostrando un indice di vulnerabilità di 3,27. Tra i fattori di minaccia, interramenti di discariche abusive, scarichi fognari.